Noi siamo dèi

1 settembre 2010 • pubblicato da giorgiovasta

Questo reportage è uscito il 28 agosto per il Manifesto e rientra in un gruppo di testi narrativi commissionati a una serie di scrittori italiani e curati da Francesca Borrelli che prende il nome di Derive Italiane. Per ricominciare con le pubblicazioni di minima&moralia sulla scia di dove ci eravamo interrotti.

di Giorgio Vasta

Quando nell’intimo della meccanica sotto di me il respiro elettrico si fa più breve e pesante sento dentro, tra gli organi, una fitta analoga, non di carburatori e candele ma biologica, tissutale: il riflesso del guasto tecnico nel precipizio del corpo.
Il motorino slitta ancora per qualche secondo, desolatamente immerso nella decelerazione, la meta che sfarina all’orizzonte, oltre via Castelforte, tra le vie piccole di Sferracavallo, dove abita il mio amico che questo pomeriggio ho deciso di visitare. Da fermo provo a premere il pulsante dell’avviamento ma si sente solo un sibilo in risalita dall’oscuro profondo dei congegni. Tento ancora e ancora, con l’ostinazione ottusa di chi non può e non deve fermarsi. Non succede niente. Il sibilo si fa silenzio; accanto a me, sulla carreggiata, le macchine veloci impietose; in sottofondo, così canonico da diventare ironico, il commento delle cicale.
Smonto dal mio Scarabeo adolescenziale, metto il cavalletto, mi chino su un lato, simulo uno sguardo competente: inciso dal sole, il motore è un orecchio di metallo – il timpano circondato da cartilagini, una membrana di morchia a ricoprire. Osservo ancora la meccanica tetra, all’interno sembra tutto polverizzato. Desisto.
Sono le cinque del pomeriggio. Monte Pellegrino – il versante che si affaccia sul mare – con questa luce radiante appare zigrinato, il miraggio di una ziqqurat.
La targa inchiodata al muro, due metri alla mia destra, dice VIA VENERE. Sotto e intorno il marciapiede è lacerato, detriti di vetri di un verde opaco – parabrezza, finestrini, la sbriciolatura di un incidente – mescolati alla ghiaia grigia, un canneto che si allunga verticale oltre un muro a secco. Sulla pietra biancastra, tirato con la vernice nera, un assertivo CONTRO TUTTI I PARTITI. CONTRO TUTTI I CORROTTI, e il simbolo di Forza Nuova.
Senza rimontare in sella premo ancora il pulsante dell’avviamento: un fruscio delicato, il refolo meccanico che di nuovo sorge dal fondo e si mescola e si disperde nel vento grande della via.
Valuto il sole, mi incurvo e comincio a spingere. Voglio comunque arrivare a casa del mio amico, non ci vediamo da mesi ma la fatica si fa sentire subito, non ho fiato, a ogni passo mi sembra di strappare le gomme del motorino dall’asfalto, i rumori mi vengono alle orecchie smerigliati.
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Questa generazione

8 agosto 2010 • pubblicato da minimaetmoralia

Il Domenicale del Sole 24 ore della scorsa settimana ha pubblicato un lungo articolo di Stefano Salis in cui veniva presentata la vitale generazione degli scrittori italiani under 40, e di seguito l’opinione di alcuni critici a cui è stato chiesto di “votare” i loro migliori. Qui diamo la parola a uno scrittore di questa generazione di cui si parla, Nicola Lagioia, pubblicando un suo articolo apparso oggi sempre sul Domenicale.
E con questa riflessione sui nuovi contesti e le nuove voci, noi autori e redattori di minima&moralia vi salutiamo e ce ne andiamo per un po’ in vacanza.

di Nicola Lagioia

Se c’è una cosa che accomuna i nati in Italia dopo il 1970 è l’eccezionalità del contesto, e cioè il fatto di essere cresciuti in quello che – ultimo o penultimo invitato alla tavola delle grandi potenze democratiche – è diventato neanche troppo lentamente un paese del secondo mondo.
Bene, l’ho detto: “secondo mondo”, e con questo spero di aver contribuito a rompere il tabù di chi ritiene che l’uso di eufemismi quali “difficoltà” o “arretramento” abbia un valore apotropaico, o peggio ancora di chiunque voglia convincerci che seminando il vuoto a rendere dell’euforia fine a se stessa cresca l’albero della cuccagna. Capisco che sia dura da accettare per coloro che, sospinti dall’onda del vecchio boom sullo scranno di una qualche docenza universitaria, alta dirigenza, segreteria di partito, hanno scambiato col trascorrere degli anni la propria inamovibilità per autorevolezza, e dunque la putrefazione per progresso. È per questo che proprio non me la sento di dare l’onere di chiamare le cose col proprio nome alla generazione dei Tommaso Padoa-Schioppa – l’ex ministro figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali a cui solo un Edipo non risolto può avere suggerito un giorno la parola: “bamboccioni”.
In questo modo è più facile che le parole “secondo mondo” le possa pronunciare senza troppe crisi isteriche chi, come me, non aveva avuto il tempo di ricavarsi un posto al sole quando il vento ha iniziato a cambiare – chi, tanto per dirne una, ha frequentato un’università che di competitivo aveva ormai solo i bidelli che facevano a gara per chiederti una mancetta di cinquantamila lire dopo averti fotografato durante la sessione di laurea.

Nessuna università italiana tra le prime 100 secondo l’Academic Ranking of World Universities. Settantrateesimo posto alla voce libertà di stampa secondo il rapporto di Freedom House, dietro la repubblica presidenziale del Benin e in coabitazione con Tonga… Non continuerò con le classifiche. Troppe da elencare, troppo univoche, e perfino noiose: era solo per rendere il concetto; allo stesso modo non farò l’avvocato del diavolo che brandisce il vessillo del Pil pro-capite adeguato alla parità dei poteri d’acquisto (un dignitoso ventisettesimo posto nel 2009 secondo il Fmi, dietro Belgio, Francia, Spagna…) perché questi calcoli vivono sotto il ricatto di troppe variabili, e soprattutto perché ad esempio gli Emirati Arabi hanno un reddito pro capite che straccia il Regno Unito ma basterebbe spostarsi sul versante dei diritti umani per non definirli un paese del primo mondo.
Credo sia invece più interessante capire come mai per gli under 40 italiani di oggi un certo realismo richieda pochi sforzi e, contemporaneamente, sia anche la dura lezione appresa nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. La definirei una questione di imprinting: difficile pensare di non vivere in uno dei paesi più corrotti dell’occidente se ti congedi dal liceo poco prima di Tangentopoli; così come è piuttosto complicato credere a uno Stato sovrano se dai il tuo primo esame all’università non quando esplode la bomba sull’autostrada Capaci-Palermo ma 57 giorni dopo, perché se il beneficio del dubbio poteva sopravvivere con molto sforzo alla morte di Falcone, la sua lapide è stata scritta in via d’Amelio. Faticoso, del resto, credere a una politica che favorisca meritocrazia e bene comune se – scontrandoti già da qualche anno col muro di gomma gerontocratico in campo lavorativo – hai assaporato l’insostenibile pesantezza della sospensione democratica in quel di Genova durante il G8 del 2001; e hai faticato a sostenere un deja-vu degno di Philip Dick quando il Ministro dell’interno di allora, costretto a dimettersi per aver definito “un rompicoglioni” una vittima delle Brigate rosse, si sia ri-dimesso non tanto per l’incredibile circostanza di non sapere chi gli aveva comprato casa ma per l’ancora più incredibile circostanza di essere stato nominato ministro un’altra volta.
Se qualcuno pensa che sto ingrossando l’otre del catastrofismo, sgombro subito il campo. Nessun catastrofismo, nessuna lamentela che vada oltre lo sforzo di tacitare qualche dolore stagionale. Il contrario, piuttosto: credo cioè che solo una generazione talmente forte da chiamare le cose col proprio nome e abbastanza coraggiosa da provare non la vergogna, ma finalmente l’orgoglio di essere sopravvissuta emotivamente agli ultimi vent’anni, possa aiutarci a ripartire.
Stringendo poi l’attenzione su quegli under 40 che cercano di raccontare il mondo attraverso le lenti deformanti della letteratura, credo che i buoni segnali sia incapace di coglierli solo chi questa letteratura non ha l’abitudine di frequentarla. Se si guarda alla recente produzione degli scrittori italiani (non solo under 40), è difficile non accorgersi di una grande vitalità; e ciò a dispetto di ritrovarsi in un paese che ha elevato il disprezzo per la cultura quasi a punto d’onore. Cessare di vivere nel primo mondo – seppure dimezzi le opportunità – non è la conditio sine qua non per scrivere libri che lascino il segno: il ventre della Grande depressione partorì i capolavori di Faulkner, dalla Colombia è venuto fuori García Marquez, e alla maschera mortifera di Pinochet si è sottratto uno come Roberto Bolaño. Per quanto insomma soffra quotidianamente come uomo e come cittadino, vivere su un territorio in grado di offrire incredibili incesti di potere, politica e criminalità quali ad esempio le recenti telefonate tra Gennaro Mokbel e l’ex senatore Nicola Di Girolamo… be’, tutto questo offre a noi scrittori un punto d’osservazione degno del miglior teatro elisabettiano aggiornato al XXI secolo. Il che pone anche un problema di forme: la nostra non è forse più terra da neorealismo o da neoavanguardia o da post-moderno; è piuttosto una sorta di incubo di Hieronymus Bosch con sottofondo di jingle pubblicitari, una dimensione in cui prima non eravamo mai stati. Ricordate il vecchio apologo di Orson Welles sulla pacifica Svizzera produttrice di orologi a cucù, contrapposta agli intrighi sanguinari dei Borgia da cui sarebbero venuti fuori Michelangelo e Leonardo?
Bene, così come prima non cercavo di essere catastrofico, adesso non voglio gloriarmi delle nostre miserie. Sto cercando piuttosto di dire che solo guardando in faccia la Medusa – il che, nel caso di uno scrittore significa riuscire a opporvi lo specchio di una lingua che la racconti senza restarne pietrificati – sarà possibile, anche fuor di letteratura, trovarsi a un certo punto dall’altra parte del guado. Amare i propri tempi difficili tanto da volerli riscattare: mi pare un ottimo vertiginoso trampolino, per i nostri secondi quarant’anni.

Il Caligola di Camus

6 agosto 2010 • pubblicato da minimaetmoralia


Questo articolo è uscito nel numero di agosto/settembre dello Straniero

di Nicola Lagioia

Nonostante gli anni delle sue tre progressive stesure (1938-39, 1941, 1958), e nonostante gli specchi per allodole appesi sulle quarte di copertina delle edizioni italiane, non credo proprio che il Caligola di Albert Camus abbia a che fare con lo spettro di Adolf Hitler più di quanto non affronti – molto più estesamente – il problema e anzi la tragedia immortale dei meccanismi di potere tra esseri umani. Più che al totalitarismo della Germania nazista (troppo cavo e monolitico per contenere gli istrionismi e la complessità dell’imperatore romano reso pazzo dalla morte di Drusilla, la sua sorella-amante) ho l’impressione che Camus si sia appoggiato all’opera letteraria che in assoluto racconta meglio la maledizione e la solitudine del potere, vale a dire al Macbeth di William Shakespeare, trascinato nel Novecento dallo scrittore francese passando per la boa di un’altra grande prova sullo stesso argomento: la Salomè di Oscar Wilde.
Così come la profezia-sortilegio delle tre streghe (“un giorno sarai re!”) costringe Macbeth ad assecondare i propri istinti sotterranei precipitandolo in un incubo fatto di sangue versato e notti insonni, e così come la bellezza di Salomè strega Erode portando il lato oscuro del tetrarca a spendersi per la decapitazione del profeta Iokanaan, per Camus il potere è innanzitutto una forma di possessione. Possessione maligna in chi lo esercita, e forma epidemica – stiamo in fondo parlando dell’autore de La peste – per chi, quasi mai del tutto incolpevolmente, persiste nel subirlo.
Il Caligola di Camus (mi riferisco soprattutto all’opera teatrale nella sua versione del 1941, forse la più ambigua, problematica e traboccante di spunti) è dunque un posseduto. Ma è un posseduto decisamente diverso dai grandi e terribili invasati della prima metà del Novecento: troppo più ricco e affascinante di Stalin e Hitler, dentro i cui gusci la malattia del potere sembrò spandersi senza mai trovare dighe o controcanti. C’è forse un pizzico di narcisismo a fin di bene in questa scelta, perché lungi da mostrare un paesaggio interiore rispecchiante il violento proletariato rurale (quale fu la Georgia di Stalin) o le frustrazioni del bavarese urbanizzato (quale fu il quasi-bavarese Hitler), il Caligola di Camus è piuttosto un intellettuale profondamente innamorato del Mediterraneo a cui appartiene e della libertà a cui segretamente aspira, il quale, punto dal chiodo arrugginito del potere senza freni (spinto su questo chiodo dalla morte di Drusilla), assiste e reagisce e commenta in diretta e getta in farsa il propagarsi del tetano dentro di sé. Cosa sarebbe accaduto, insomma, al giovane e ardente Albert Camus, se anziché scagliarsi contro il potere esercitato da altri fosse stato incoronato imperatore, e fosse stato dunque sottoposto alla terribile prova del rispecchiarsi nella tentazione del proprio potere illimitato? Più che flaubertianamente, Caligola è uno degli estremi che abita l’interiorità – e soprattutto la giovinezza – dell’autore de Lo straniero.
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I Radiohead sono il gruppo più importante del mondo perché

5 agosto 2010 • pubblicato da minimaetmoralia

di Gianluigi Ricuperati

È il 7 ottobre 2007. Sono le 11 di sera. È First Avenue. Sono le strade alte di Manhattan, dalla 90^ alla 60^. Una passeggiata. Un certo numero di sliver, i grattacieli smilzi, con una base non più larga di 40 metri. L’intermittenza delle luci negli appartamenti. Domenica sera. New York Times della domenica, l’ultimo dinosauro della carta stampata da cui s’impara davvero qualcosa. Un uomo davanti a me cammina lento, gravato da un doppio fastello di oggetti che non riconosco. Mi avvicino sempre di più. Sulla spalla destra l’uomo porta uno, due, forse dieci cerchi di paglia da mobilio: sembrano hula hoop. Sulla spalla sinistra dell’uomo oscilla un fascio di piccoli cilindri in legno: sembrano parti di bastoni o gambe di tavoli – una pertica tagliata da un machete metronomico. Rallento per tenerlo davanti a me. L’uomo ha i dreadlocks. Si è fermato. Immobile. Lo osservo. Non c’è nessun altro. Solo taxi e auto. Lascia cadere entrambi i pesi come le persone cariche di borse della spesa, simmetria e scioglimento. S’inginocchia. Scioglie il fascio di paglia. Si siede per terra. Inizia a riavvolgere, annodare, incastrare. Ha un taglierino o qualcosa di simile. Mi appoggio all’angolo di un edificio su cui c’è una targa in finto bronzo. Passa qualcuno. Lo evita. Lo guarda. A volte lo saluta. A volte capisce cosa sta facendo. L’uomo sta costruendo una sedia. Le gambe stanno in piedi. La paglia s’intreccia a una velocità sorprendente. Lo schienale somiglia a un vero schienale. È passato un quarto d’ora. Sul New York Times della domenica c’è un articolo sul nuovo film di Todd Haynes – una sorta di reportage multiplo e finzionale intorno alla maschera pubblica di Bob Dylan. Gli artisti pop si misurano anche sulla qualità delle cover. Rimango attonito davanti a questo oggetto. Come si mette al mondo qualcosa. Questa cosa procede verso l’alto di minuto in minuto. Ora è al livello delle ginocchia, poi dei fianchi, infine diventa una vera sedia – oggetto su cui sedersi, riposarsi, appoggiarsi. L’uomo prende le distanze. Due passi indietro. Poi di nuovo vicino. La consistenza della sedia. Si gira. Non so se mi sta guardando o si sia accorto di me. Non sembra interessato. Semplicemente, con unico gesto, si lascia cadere all’indietro: ecco, la schiena batte contro lo schienale. Tutto sembra naturale. All’improvviso inizia a gridare con le mani a megafono e la testa in tutte le direzioni – sellin’a’chair!, sellin’a’chair!! sellin’a’chaiiiir!!! sellin’a’chaaaaair!!!!

Un’ora dopo sono davanti alla tastiera, pronto a mettere per iscritto alcune ragioni intorno a uno slogan. Lo slogan è: i Radiohead sono il gruppo più importante del pianeta.
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Il ritorno di Zeman

3 agosto 2010 • pubblicato da leogrande

Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

A volte il calcio riesce a rovesciare le sue gerarchie e il suo immaginario fondato su milioni di euro. Così capita che per molti giorni, nella torrida estate del 2010, la notizia più importante non sia questo o quell’acquisto dell’Inter, o il possibile approdo di Balotelli al Manchester City, ma il ritorno di Zeman al Foggia, in Lega Pro. Una sorta di ritorno al futuro, che esorta a interrogarci su una domanda extra-calcistica: perché l’outsider Zeman, l’eretico Zeman è tanto amato anche da chi non ha mai tifato per le casacche che gli è capitato di allenare? Azzardiamo qualche risposta.
Quello di Zeman è stato ed è un calcio tutto giocato all’attacco, che se ne frega di difendere il risultato. Un calcio in cui si rischia di perdere una partita per 5-4 pur di inseguire un’ultima azione spettacolare. In breve, il calcio di Zeman (non solo per la denuncia pressoché solitaria del sistema Moggi) è il calcio più anti-italiano che ci sia. È un calcio anti-breriano e anti-herreriano. Negli anni novanta è stato il calcio anti-lippiano per eccellenza. Oggi come oggi è profondamente anti-mourinhesco. Nelle idee e nello stile. In campo: Zeman contro Mourinho è il divertimento contro il risultato. Fuori dal campo, quasi per una legge del paradosso, è il silenzio appena interrotto da poche parole essenziali contro il monologo invadente. Sono quasi due forme teatrali diametralmente opposte.
La biografia di Zeman ha suscitato articoli, riflessioni, canzoni (si pensi a “La coscienza di Zeman” di Antonello Venditti), ritratti ragionati (come quello di Goffredo Fofi contenuto nell’antologia Il pallone è tondo, edita dall’Ancora del Mediterraneo: per Fofi, Zeman è “un vero educatore”) e un film (Zemanlandia di Giuseppe Sansonna). Ma forse non tutti sanno che a Zdenek Zeman è stato dedicato perfino un romanzo: Il mister di Manlio Cancogni, uscito da Fazi nel 2000.
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La promessa sprecata della fantascienza

2 agosto 2010 • pubblicato da minimaetmoralia

di Jonathan Lethem

Nel 1973 L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon ottenne il premio Nebula, il più alto riconoscimento esistente nel campo un tempo conosciuto come “fantascienza” – un termine che adesso è ormai quasi del tutto dimenticato.
Scusate, stavo solo fantasticando. Nel nostro mondo Lenny Bruce è morto, mentre Bob Hope tira avanti. E anche se L’arcobaleno della gravità fu davvero candidato al Nebula nel 1973, venne escluso in favore di Incontro con Rama di Arthur C. Clarke, che lo scrittore Carter Scholz, in una recensione, giustamente ritenne “più che un romanzo, uno schema strutturale in prosa”. La candidatura di Pynchon rimane adesso come una pietra tombale nascosta che segna la morte della speranza che la fantascienza stesse per fondersi con la letteratura di vasto consumo.

Quella speranza era nata nei cuori di scrittori che, senza alcun incoraggiamento particolare da parte del più vasto ambiente letterario, per un breve periodo trascinarono il genere sull’orlo della rispettabilità. La fantascienza di avanguardia degli anni Sessanta e Settanta spesso si ubriacava di parole, applicava per amore o per forza tecniche moderniste ai vecchi temi del genere, aggiungeva per compensazione manciate di alienazione e sessualità a personaggi che avevano appena messo da parte il loro regolo calcolatore. Ma l’avanguardia rese anche possibili libri come Dhalgren di Samuel Delany, Un oscuro scrutare di Philip K. Dick, I reietti dell’altro pianeta di Ursula LeGuin, e 334 di Thomas Disch – opere paragonabili alla migliore narrativa americana degli anni Settanta, a prescindere da etichette, categorie e generi. In un accesso di ambizione, la fantascienza vagheggiò perfino l’idea di ribattezzarsi “affabulazione speculativa”, un termine da critica letteraria che era al tempo stesso pretenziosamente stupido e perfettamente azzeccato.
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Smemoir

30 luglio 2010 • pubblicato da minimaetmoralia

Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

di Gianluigi Ricuperati

La prima verità è che gli esseri umani hanno un bisogno ancestrale e moderno di raccontare la propria storia dal proprio punto di vista e con le proprie parole. La seconda verità è che spesso, quando la raccontano, gli esseri umani non dicono la verità. La terza verità è che il senso della letteratura, forse, s’iscrive proprio in questo diaframma difettoso: lento a chiudersi quando si testimonia ‘come sono andate le cose’, rapinoso e istantaneo quando le si inventa. Negli ultimi trent’anni si sono scritte e lette più autobiografie che nell’intero corso della storia. Ne parla On Memoir: a History, di Ben Yagoda, un interessante volo aneddotico su caratteri e miracoli della forma confessionale, da Sant’Agostino a Rousseau, da John Bunyan a Stendhal, fino agli ego-autori milionari consacrati dal podio televisivo di Oprah Winfrey, con l’ormai classico repertorio di successi, scandali e disastri che l’industria culturale anglosassone ha macinato nel nome del diritto a narrare le proprie vicende. Il caso più dibattuto e clamoroso riguarda A Million Little Pieces, di James Frey, titolare di una vibrante parabola di dipendenza, che dopo aver appassionato milioni di lettori ha ammesso di aver ‘inventato un po’. Negli anni ottanta e novanta lo scaffale del memoir si è gonfiato a dismisura, proiettandosi in tutti i sensi della disgrazia, vietati o legittimi. La via della detenzione psichiatrica. La via della detenzione tout court. La via della prigionia, della segregazione, dell’isolamento e persino della fama. La confessione scritta, da esame di anime assolute si è trasformato in paradiso di massa per amici fragili e vittime presunte.
Memoir è una delle tante inserzioni lessicali francofone nel tessuto dell’inglese colto: la scelta di questa parola per definire i volumi confessionali, che Yagoda fa risalire al diciottesimo secolo, non fu facile: se l’obiettivo era ‘dire tutta la verità su se stessi’ forse la parola ‘memoria’ non funzionava, implicando una fiducia eccessiva sulle facoltà del ricordo e una prospettiva ancor più ristretta: il proprio ricordo. Naturalmente al centro di questo genere letterario – destinato a diventare, nella postmodernità digitale, il genere espressivo per antonomasia dell’animale umano – c’erano due opzioni: parlare a Dio, trascrivendo ogni minuscola variazione del proprio canone spirituale; oppure parlare ai posteri, nella schietta convinzione che trasmetter la propria esperienza in modo accurato sia l’ultima cosa giusta da fare prima di andarsene. Il problema, spesso, è proprio l’accuratezza.
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Terroni

29 luglio 2010 • pubblicato da leogrande

Questo articolo è uscito sul Riformista

di Alessandro Leogrande

Tra le tante urla lanciate contro i 150 anni dell’Unità d’Italia, non mancano quelle che provengono da Sud, dal cuore di un rinnovato movimento d’opinione neo-borbonico. La galassia sudista è viva e vegeta. Ha le sue riviste e i suoi siti di riferimento (il più articolato è www.eleaml.org). Le sue manifestazioni in costume, i suoi libri, in particolare uno.
Da qualche mese è uscito nelle librerie, riscontrando un buon successo di vendite, Terroni del giornalista Pino Aprile. Pubblicato da Piemme con il sottotitolo Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, vuole essere un fosco affresco di tutti i possibili mali patiti dal Mezzogiorno a opera dei “piemontesi” da quando l’Italia è stata unificata. Poiché il libro è stato subito definito dal governatore siciliano Raffaele Lombardo come il suo testo di riferimento, e pare conquistare consensi ben al di là dell’asfittico universo sudista, merita attenzione. Non solo è il segno della presenza in Italia di una corrente uguale e contraria (molto uguale, per quanto apparentemente contraria) a quella della Lega Nord, ma è anche un ottimo esempio di come queste rivendicazioni vengono articolate.
Capita di leggere in Terroni frasi come questa: “i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto”. Oppure, a proposito della conquista: “Noi non sappiamo più chi fummo. Ed è accaduto come agli ebrei travolti dall’Olocausto (il paragone non è esagerato: centinaia di migliaia, forse un milione di meridionali furono sterminati dalla truppe sabaude; da tredici a oltre venti milioni, secondo i conteggi, dovettero abbandonare la loro terra in un secolo): molti scampati ai lager cominciarono a domandarsi se il male che li aveva investiti non fosse in qualche modo meritato.”
Olocausto, un milione di morti… Sono parole molto pesanti, e prive di un reale fondamento storico. Tuttavia sono pronunciate con tutta calma. In questo minestrone, i piemontesi sono come i nazisti, o i militari americani a My Lai e a Guantanamo. I meridionali come gli ebrei, i neri ai tempi della schiavitù in un altro Sud, gli indiani…
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Una lezione civile: La bocca del Lupo

28 luglio 2010 • pubblicato da minimaetmoralia

Questo film di Pietro Marcello, premiato al Torino Film Festival e al Festival di Berlino, vincitore del David e del Nastro d’Argento come miglior documentario, è stato riproposto durante le giornate di Santarcangelo dei Teatri e noi abbiamo deciso di riportare qui sotto un’appassionata recensione dell’Osservatorio Critico, pubblicata nei giorni del Festival sulla rivista NerosuBianco.

di Federica Lucchesini

La bocca del lupo è un film scritto al montaggio come fosse un poema, è lavorato accanitamente e dettagliatamente come un oggetto lirico che deve diventare leggero e pulito eppure profondo. Questa qualità è soprattutto nel suo farsi lieve a forza di volontà di stile, intrecciando i materiali eterogenei di cui si compone secondo corrispondenze rigorose, tutte motivate da una necessità interna in parte ragionevole
e in parte solo sensibile. Il risultato è un’opera che si gode perfettamente nella sua durata e che pure lascia un incantamento speculativo.
Vi è qualcosa di evidentemente novecentesco (si intendano bene tutti gli echi dei testi recitati dalla voce fuori campo nelle tre partizioni) che lo pervade, nella poetica e nei temi: ci sono il mare, quello concreto e quello allegorico dell’individuo e del collettivo, della storia breve e del Tempo; ci sono i destini individuali e le verità generali; la meditazione sugli ultimi, sul senso dell’abitare e del parlare; ci sono le navi e le fabbriche ma soprattutto la Città e il Cinema, ancorati nella loro propria storia del secolo passato e nella loro attualità difficilmente dicibile. Tutta questa ricchezza è concentrata nella misura formale, si riceve con naturalezza sotterranea, come il dono della musica intrasentita ed è ciò che permette di rivedere più volte con identico piacere il film e che, probabilmente, l’ha fatto premiare ovunque sia stato mostrato.
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Intervista a Irvine Welsh

27 luglio 2010 • pubblicato da Liborio Conca

Questa intervista è uscita su Mucchio

di Liborio Conca

Incontriamo l’autore di Trainspotting, Colla, Porno e altri memorabili ritratti di una fauna pericolosamente borderline. Si chiacchiera di come scrivere un racconto equivalga a una scazzottata dopo un’ubriacatura, e di come si può essere accolti di ritorno dagli Stati Uniti, in un pub di Edimburgo; della difficoltà di tradurre libri scritti in un inglese dialettale, parlato, e, uhm, degli Human League.

Tra i posti in cui NON ti aspetteresti di intervistare Irvine Welsh, figurerebbe sicuramente ben piazzato in classifica un albergo nel cuore dei Parioli. Chi abbia letto almeno dieci pagine di uno dei suoi diversi libri pubblicati in Italia, chi ha imparato a conoscere geografia, luoghi e fauna della sua letteratura accelerata e per certi versi al di là di ogni barriera, può comprendere l’effetto straniante di chiacchierare con Mr Welsh circondati da un drappello di uomini incravattati, evidentemente riuniti a un convegno nello stesso albergo lussuoso che ospita lo scrittore scozzese. Per un attimo ho temuto che potesse trattarsi di un’adunata di grandi elettori di Renata Polverini, ma non ho indagato: meglio concentrarsi sull’intervista con un Welsh rilassato e disponibile. T-shirt da galeotto, un tatuaggio sull’avambraccio, testa completamente calva e occhietti vivaci. Quello che si direbbe un tipo simpatico. Marcato stretto dalla propria casa editrice storica in Italia, Guanda, con un’agenda fitta di impegni, Welsh sta anche pensando di fare un salto all’Olimpico per Roma – Inter, in programma all’indomani del suo tour de force tra interviste e presentazioni. Durante l’intervista approfitta di una pausa per andare alla toilette, non riesco a non pensare a quella allucinata scena di Trainspotting in cui Renton viaggia nella tazza… e pensare che il tipo che spaccia le supposte d’oppio, nel film di Danny Boyle, è impersonato nientemeno che da… Irvine Welsh.

Esce in questi giorni Tutta colpa dell’acido, una raccolta di tuoi racconti. Quanto ti cambia lavorare a un racconto piuttosto che ad un romanzo?
Scrivere racconti è per me puro divertimento, non comporta la sofferenza di dover scrivere un romanzo. Per un racconto è semplice: prendo un personaggio, una situazione, e la sviluppo. Scrivere un racconto è come ubriacarsi la sera in un bar e fare una scazzottata con qualcuno, mentre un romanzo comporta una battaglia in trincea, lunga cinque anni…poi ci sono autori di racconti magnifici, penso ad Alice Munro, alle sue short stories uniche per atmosfera, sfumature, dettagli.
C’è anche da dire che gli editori non amano molto i racconti: tutti dicono “ah che bello leggere racconti”, ma si crea una strana situazione, quello che accade quando si dice “salviamo il panda”, però tutti continuano a distruggere le piantagioni di bambù. Forse la gente preferisce avere qualcosa di più corposo tra le mani; per questo, quando sei a pranzo con il tuo editore e vuoi parlargli della tua prossima raccolta di racconti, è meglio ordinare prima; altrimenti ti dirà di prendere il menu a prezzo fisso (ride, ndr).
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