Seminario suo luoghi comuni

marzo 16, 2010 di francesco pacifico

10. Prima che il gallo canti
mi avrai frainteso tre volte

di Francesco Pacifico

Questo brano su una comparsa che fa saltare i nervi al protagonista come una goccia cinese non ha bisogno di molta introduzione.
Il protagonista del racconto è alle prese con il servizio militare; si ammala; ha paura di questa insolita debolezza fisica, che gli toglie ogni certezza; parla con un prete: il prete lo tormenta con una dispettosa parvenza di saggezza che parrebbe incomprensione; il prete, in sostanza, alla ricerca di un’interpretazione di quel male che possa stimolare il soldato a livello spirituale, si esercita in una delle discipline umane che meglio si può rendere nei romanzi: il gioco di non dar soddisfazione all’interlocutore, di lasciarlo appeso e incapace di spiegarsi e ottenere conforto.
Ѐ notevole la fiducia di Pontiggia negli elementi a sua disposizione. All’astenia acuta del protagonista, alla sua anoressia di origine depressiva, Pontiggia rende onore con altrettanta anoressia e astenia narrativa: il lettore si ritrova lui stesso trattato come un malato: gli si somministra una breve descrizione, lo si trasporta all’Ospedale militare insieme al soldato. Poi: «assunzione lenta e graduale dei cibi, altre istruzioni, fra cui l’invito a parlare col cappellano militare. Qui praticamente ci troviamo a fare anche noi tutto ciò che ci viene ordinato, e sentendoci malati col malato ci avviamo al colloquio col cappellano: Gli confessa che la scoperta dell’imperfezione fisica l’ha gettato nell’angoscia. Una frase cui non manca nulla, il distillato di tutto ciò che ha pensato e provato il soldato mentre deperiva, mentre lo curavano – per giunta espresso con dignità.
Qui comincia il fraintendimento sistematico da parte del cappellano, che rifiuta di accettare l’ordinata lamentela del protagonista. (Una volta confessai a un gesuita che desideravo la ragazza di un mio caro amico; mi rispose: «Eee, che sarà mai, ci siamo passati tutti… Per caso le dici le preghiere?» Questo si chiama ascoltare.) Per tre volte il cappellano rigira le frasi del malato in cerca di uno spiraglio da cui quello intraveda l’amore di Dio: per tre volte di fatto non gli dà veramente retta. Alla terza, il soldato si stufa e smette di incontrarsi col prete.
Il ritmo di questi pochi paragrafi sulla malattia tradisce non una tecnica ma una comprensione del ritmo della malattia. Sono paragrafi che si leggono con la lentezza del malato che non può far niente di corsa. Prima Pontiggia formula frasi che si mangiano come pastina in brodo, poi una volta arrivati dal prete ci dà il ritmo di una parabola religiosa, quelle tre risposte, il botta e risposta da storiella ebraica. Il suo stile molto personale non gli impedisce di concedersi completamente alla natura di ciò che racconta, e cambiare accento con il ruotare dei temi intorno al protagonista.
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La scuola di D. Barthelme

marzo 15, 2010 di minimaetmoralia

di Fabio Guarnaccia

Donald Barthelme e George Saunders
Dove il secondo parla del primo all’interno di un simposio a lui dedicato, nello specifico di un racconto, La scuola, che in Italia mai s’è visto. E che minima&moralia, grazie a Vice, vi presenta.
Saunders racconta di ricorrere a Barthelme nei suoi corsi di scrittura creativa quando, disperato, chiama in gioco il famoso/abusato triangolo di Freitag. Nello specifico quel cateto che rappresenta la cosa più difficile di tutte, ovvero il rising action di un’opera narrativa. Inutile dire che è anche la più ovvia: se l’azione non monta, tutto muore. E qui entra in gioco il brevissimo La Scuola, un racconto fondato su uno schema che in pochi paragrafi riesce a sorprendere anche il lettore più esigente. Dove tutto muore per davvero in un crescendo che sposta sempre più in là i termini e gli oggetti dell’effimero.
Avviso per il lettore: da qui in avanti si svela il racconto, per non uccidere il piacere della lettura salta questa introduzione e lasciati stupire.

Tutto muore, dunque. Muoiono gli alberi piantati dai bambini, muoiono i serpenti, muoiono le verdure negli orti, muoiono i criceti e muoiono ovviamente i pesci tropicali, muore persino un cagnolino. E questo pattern potrebbe andare avanti fino alla progressione ultima dell’implosione dell’universo o finanche alla morte del Creatore, se Barthelme non rompesse la logica dello schema, ponendo subito dopo la morte del cucciolo quella di un orfano coreano adottato a distanza dalla classe. Un bambino come gli altri. Solo coreano e orfano, e adesso morto. Saunders sottolinea questo passaggio: «Parte del piacere legato all’arte, sicuramente a quella di Barthelme, riguarda il semplice gusto di vedere l’artista comportarsi in modo coraggioso», e ancora: «Barthelme rifiuta la logica stessa del pattern che ha definito… egli sa che lo schema è solo una scusa per lasciare che la storia compia il suo lavoro più importante, che è dare al lettore una serie costante di piaceri che lo spingano avanti nella lettura». In poche parole, l’autore compie un salto di livello che apre nuove praterie da correre in lungo e in largo falciando tutto quello che capita a tiro: insegnati, genitori, compagni di scuola. Quando si racconta una barzelletta, l’ascoltatore sa per certo che arriverà il momento della battuta, se non arriva la barzelletta è brutta e chi l’ha raccontata fa pena.
E adesso? Come procederà Barthelme? Come si tirerà fuori da questo pasticcio nel quale si è cacciato?
Con i bambini e con nuovi salti quantici.
Perché i bambini sono curiosi e preoccupati, sono ormai certi che la loro scuola porti sfortuna. E allora chiedono dove sono finiti tutti gli alberi, i serpenti, i cuccioli, i papà e le mamme che sono morti. «È la morte che da senso alla vita?», chiedono. Quelli che fino a poco prima erano solo bimbetti adesso sono piccoli uomini che si esprimono con una profondità inaudita: «Ma la morte, considerata come riferimento fondamentale, non è forse il mezzo grazie al quale la prevedibile futilità del vivere quotidiano si può trascendere in direzione di…» Altro salto di livello. Un salto vertiginoso perché adesso ci aspettiamo di tutto, persino Heidegger. Ma il discorso abbandona subito queste vette e un altro salto ci attende: gli studenti chiedono al maestro che faccia l’amore con Helen.
Helen? Chi è Helen? Helen è la sua assistente, e da quello che il narratore scrive capiamo che Helen vorrebbe davvero fare l’amore con lui. Ci dice Saunders: «Fino a poche righe prima non sapevamo neanche dell’esistenza di Helen, ma adesso sì, e così lo sa il Narratore, e quella vocina nella testa che ha continuato a ripeterci che il Narratore di questo racconto non aveva una vita personale, che non c’erano emozioni umane, che questa storia allegorica rispondeva semplicemente ad uno schema, viene finalmente appagata: stiamo leggendo una storia d’amore. Una storia d’amore!»
E qui il racconto potrebbe chiudersi, se non che Barthelme è Barthelme e con un colpo di reni compie un ultimo salto che rende questo racconto un capolavoro.
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L’isola, il cinema-polveriera di Kim Ki-duk

marzo 14, 2010 di Nicola Lagioia

di Giuseppe Zucco

Ci sono film che non sono propriamente film. Ci sono film che sono case: spazi da abitare, per anni, in cui vivere, attaccare alle pareti i propri ricordi, uscire, tornare e ritrovare lì dentro emozioni indimenticabili, allo stato incandescente – uno per tutti: C’era una volta in America. Ci sono film che sono scuole: recinti che hanno custodito a lungo l’irruenza della nostra giovane età, palestre in cui, senza alcuno sforzo, abbiamo appreso la forza esplosiva dei sentimenti e modi di sentire, di pensare, di guardare – e qui ci sta bene sia Jules e Jim, sia Amores perros. Ci sono film che sono labirinti: posti dove le traiettorie s’intrecciano, le direzioni si diramano, i passi falsi si moltiplicano, le indicazioni si contraddicono, le assi del pavimento sono sempre più sconnesse – se avete pensato a Strade perdute, allora ci siete. Ci sono film che sono chiese: territori in cui qualcosa di sacro e rovente si è depositato senza più evaporare, luoghi dove si entra in punta di piedi, con gli occhi bassi, e le labbra a salmodiare parole di speranza e furore – con il cappello in mano, siete dentro a Terra e libertà. Ci sono film che sono luna-park: veloci come le montagne russe, grotteschi come la casa degli specchi, inquietanti come il tunnel dell’orrore, cigolanti come le ruote panoramiche, scatenati come i lanciatori di coltelli e svitati come i clown – proprio lui, sì: Pulp fiction.
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Letteratura e medicina

marzo 12, 2010 di minimaetmoralia

di Linnio Accorroni

C’è una pagina di Carlo Dossi che spiega come «tra medicina e letteratura corse sempre amicizia», e non solo per la gran quantità di medici che «hanno occupato, nel cosidetto(sic) campo letterario, assài pèrtiche per coltivarvi piante non sempre medicinali», ma soprattutto per essere alleate nella stessa missione: medicina e letteratura cercano infatti «di richiamare il bel tempo, o, se non altro, di dissimulare il cattivo, una al corpo, l’altra all’animo» (C. Dossi, Ritratti umani dal calamajo di un mèdico). Oltre ai nomi di scrittori-medici o medici-scrittori (Čechov, Céline, Bulgakov, Benn) che meccanicamente salgono alla memoria quando si menziona questa curiosa liason, è anche interessante segnalare il ricorrere, nella genesi artistica di tre importanti poeti contemporanei (Sinigaglia, Magrelli, Anedda), di un incontro fortuito quanto decisivo con libri di medicina. Per ognuno di essi tale coincidenza del tutto casuale si trasformerà in una specie di folgorazione estetica e verbale, la prima radice di una produzione poetica di grande impatto ed intensità. Val la pena anche riflettere sul fatto che tutti e tre i poeti, quando si troveranno a rievocare i modi e le forme di questa esperienza, preferiscono affidarsi all’analiticità piana e razionale della prosa, la ‘seconda lingua’ per un poeta, ma in questo caso capace di sbrogliare più efficacemente i fili di una questione, carica di implicazioni psicologiche ed esistenziali.

In quell’agglomerato di testi, in quel viaggio stanziale dentro il corpo tra autobiologia ed autobiografia che è Nel condominio di carne di Valerio Magrelli (Einaudi, 2003), c’è una pagina dove l’autore ricorda una straniante tranche de vie: «Quanto a me, teschi giravano per casa. Dopo gli studi di medicina, qualcuno doveva aver dimenticato di metter via i materiali d’esame. Libri, vecchie carte giallastre che cedevano sotto le dita, ma anche vari preparati anatomici, tra i quali, appunto, teschi e calotte craniche». Da queste occasionali lezioni sul campo da autodidatta, si diparte un continuo frenetico interrogarsi su ciò che è dentro e ciò che è fuori, «sul prima e sul dopo della carne nel corpo». Per esempio: tenere in mano «l’architettura dura e spugnosa» di un arco occipitale significa comprendere immediatamente, tattilmente, la corrispondenza tra linea e senso. Ma poi anche: se in una minuscola conchiglia si sente echeggiare il mare, che cosa dovrebbe risuonare nella vuotaggine del cranio ridotto a teschio? Tra tante assorte meditazioni e riflessioni spuntano poche, malinconiche certezze: gli spazi vuoti del corpo, quelli sagomati da calotte e teschi, sono il segnale di un abbandono da parte di misteriosi ‘abitanti del palazzo’. A noi, al nostro teschio vuoto spetterà un destino gramo, da suppellettile, da povero fermacarte.
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Da 0 a 52 La semplice, o non così semplice, stesura di una sceneggiatura televisiva

marzo 11, 2010 di minimaetmoralia

La scrittura seriale ha peculiarità che la rendono diversa da altre forme di scrittura narrativa. Per esempio: nasce per non concludersi e costruisce personaggi che protraggono il più possibile la soluzione dei loro nodi psicologici. Alla base di questo meccanismo si può individuare la creazione di un motore capace di generare un numero potenzialmente infinito di storie. Gli americani sono maestri riconosciuti di questa tecnica, forse perché dai primi del Novecento la utilizzano per produrre fumetti – e più tardi radiodrammi pensati per i broadcaster commerciali (così nascono le soap opera). Per capire meglio il suo funzionamento vi proponiamo questo articolo apparso sul numero 8 di Link. Idee per la televisione. L’autore è il canadese Jeremy Boxen, regista cinematografico e autore di serie tv. Jeremy ci racconta la nascita di una puntata per mezzo di un espediente efficace e divertente: la strada virtuosa contrapposta a quella catastrofica, in cui nulla funziona come dovrebbe e l’obiettivo dei 52 minuti si rivela un inferno.

di Jeremy Boxen
Segnalatoci da Fabio Guarnaccia


Come fa uno sceneggiatore a passare da una pagina bianca alla prima bozza di un episodio di una serie televisiva? Che sia un dramma di un’ora o una commedia di mezz’ora – e le ho provate entrambe – c’è un sistema, un metodo quasi burocratico, di scrittura per la tv. Ne esistono alcune varianti ma, almeno per quanto riguarda le sterminate lande del Canada, uno sceneggiatore che si è formato da un lato del Paese può sedersi con uno che lavora dall’altro e sa cosa deve fare. L’aspetto importante da tenere in mente, tuttavia, è che il sistema funziona solo in alcuni casi, mentre in altri è solido quanto una barchetta di origami durante un uragano.

Un sistema che funziona
Quando tutti gli sceneggiatori e produttori rispettano il processo e sono competenti, le cose vanno così.

1) L’incarico: vengo assunto come autore per una serie televisiva che mi stimola tantissimo. È una nuova serie drammatica di un’ora sui soldati canadesi in Afghanistan[1]. La serie è originale, divertente e ricercata. Sono stato assunto in veste di story editor, e il contratto mi garantisce due sceneggiature da scrivere.

2) La redazione: mi siedo in una stanza con altri sei story editor con vari livelli di esperienza alle spalle. Uno di questi è lo showrunner. Lui, uno sceneggiatore esperto, ha creato la serie, ne possiede la visione creativa, ed è sua responsabilità assicurarsi che tutti i dipartimenti coinvolti nella produzione si attengano a questa visione. Ci sediamo intorno a un grande tavolo, in una stanza con tanto spazio sulle pareti su cui attaccare le nostre idee. Questa è la redazione. Dato che si tratta di una nuova serie tv, passiamo molto tempo a discutere di ogni personaggio principale, pensando a come svilupparli nel corso della stagione.
Decidiamo l’ordine in cui saranno scritte le prime 13 puntate in base alla gerarchia della stanza, e scopro che il mio primo episodio sarà il terzo. Ci sono modi diversi per creare le storie dei vari episodi. A volte, l’autore ha già ben chiaro cosa scriverà. A volte, lo showrunner ha già in mente le storie che vuole vedere nella serie. A volte, la storia emerge naturalmente dalle nostre chiacchiere in redazione, mentre improvvisiamo come musicisti jazz, le nostre menti che vibrano in armonia creativa.
La mia idea per questo episodio nasce da un incontro che abbiamo avuto con un soldato in pensione, che ci ha raccontato la sua esperienza in Afghanistan. Prendo uno dei suoi racconti di vita vissuta e vi aggiungo un colpo di scena drammatico, in modo da trasformarlo in un conflitto che si adatta al nostro personaggio principale. La premessa piace allo showrunner, e anche agli altri autori. Da questo momento iniziamo a «rompere la storia»[2].
Dalle 9.30 del mattino alle 5.30 di sera lavoriamo insieme. Ci concentriamo sul mio episodio prima di passare al successivo. Ogni autore nella stanza contribuisce con idee creative, sorprendenti. A volte imitiamo la voce dei personaggi mentre ci recitiamo le scene a vicenda. Ci sono tante risate. Lo showrunner guida la discussione e fa in modo che la storia che sta prendendo forma rispecchi la sua visione della serie. Ci prendiamo una piccola pausa a metà giornata per il pranzo, ma per farlo non lasciamo l’edificio. Invece di uscire, la compagnia di produzione compra il pranzo per noi, ed è allo stesso tempo sano e delizioso. Il morale è alto[3].
Altro sulla struttura: c’è un sistema per tenere d’occhio le varie idee per l’episodio. Nel momento in cui siamo d’accordo su una battuta, la scriviamo su un foglietto e lo attacchiamo sul muro nella colonna che rappresenta l’atto in questione. Le schede sono di vari colori, e ne usiamo uno diverso in base a ogni singola trama all’interno dell’episodio. Questo ci permette, al primo sguardo, di vedere il ritmo dell’episodio nella sua interezza, cioè nella trama e nelle sue sottotrame, il che rende tutto più efficiente. E poi i colori sul muro sono carini.
Dopo un paio di giorni, abbiamo creato un episodio di una serie televisiva sul muro, con le nostre schede colorate, e sappiamo che è fantastico. Il produttore esecutivo, colei che ci ha assunto e che ci paga gli stipendi, arriva in redazione. Io le propongo l’episodio, accompagnandola attraverso la storia aiutandomi con le schede colorate sul muro. Lo adora. Ottengo il via libera per il passo successivo.

3) Il soggetto: mentre continuo a partecipare al lavoro redazionale, aiutando a «rompere» l’episodio successivo, scrivo un soggetto che sintetizza, in una pagina, l’idea generale dell’episodio. Lo adora. Ottengo il via libera alla stesura dell’outline.

4) L’outline: anche se sono in redazione tutti i giorni, mi prendo una settimana per scrivere l’outline dell’episodio. L’outline consiste semplicemente nel trasformare gli appunti sul muro in scene dettagliate su carta, scritte in un linguaggio televisivo appropriato, ma senza dialoghi. L’outline va allo showrunner. Lo adora. Mi suggerisce di aggiungere un po’ di azione in una scena e di tagliarne un’altra in due parti, in modo da aiutare il ritmo. Sono felice di apportare i cambiamenti. L’outline va al produttore esecutivo. Lo adora. L’outline va ai dirigenti del network. Lo adorano. Nel corso di una conference call tra i dirigenti, il produttore, lo showrunner e me, concordiamo una serie di dettagli che cambierò procedendo con la sceneggiatura. Ottengo il via libera alla stesura della prima bozza.
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Un vero mondo perduto

marzo 10, 2010 di Nicola Lagioia

Questo articolo è apparso sul Riformista.

di Nicola Lagioia

Chiusi in una sala cinematografica durante la proiezione de L’uomo che verrà, il film di Giorgio Diritti che racconta la strage di Marzabotto, succede qualcosa a cui la narrazione per immagini aveva ormai quasi completamente disabituato i propri spettatori: ci si commuove senza essere costretti a vergognarsene nelle ore e nei giorni successivi. A luci accese e titoli di coda ancora in scorrimento, in queste settimane è stato possibile riconoscere sui volti di chi restava pietrificato tra i sedili di velluto o si apprestava a imboccare la via d’uscita dei vari Eden o Quattro Fontane occhi rossi e labbra tremanti che nulla avevano però a che fare con il tipo di commozione che lo spettatore può provare davanti alla brillante pornografia sentimentale di un Pretty Woman. Ma a guardar bene, non è neanche la stessa reazione emotiva (per restare sul tema del film di Diritti) che potremmo sperimentare dopo aver visto Shindler’s List, o (per restare al solo sfondo bellico) dopo esserci fatti travolgere dalla geniale riflessione su quel disastro etologico che è il male e la stupidità nell’uomo di un Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick. È stato detto che L’uomo che verrà è un capolavoro. Bene, io credo di poter dire che è qualcosa di meno e qualcosa di più, e proverò in queste poche righe a spiegare il perché.
Il film racconta le settimane antecedenti al 5 ottobre 1944, il giorno in cui nel territorio di Marzabotto e sulle colline di Monte Sole in provincia di Bologna, nel corso di un’operazione di rastrellamento le truppe delle SS e della Whermacht massacrarono barbaramente 700 civili – compresi anziani, donne, bambini – sconvolgendo un’intera comunità e aprendo in quei territori una ferita a cui solo il lento succedersi di stagioni e generazioni avrebbe potuto dare una speranza di guarigione. La vicenda è osservata attraverso gli occhi di Martina, una bambina di otto anni che vive in una numerosa famiglia di contadini e ha smesso di parlare dopo la morte del fratellino, ma che si riaccende di speranza grazie a una nuova gravidanza della mamma (ed è il secondo fratellino «l’uomo che verrà», la cui nascita Martina attende con trepidazione, curiosità e vivo – religioso – senso del mistero), prima che la follia nazista sconvolga e distrugga ogni ordine: religioso, sociale, biologico.
Il film è quasi interamente recitato in dialetto (e sottotitolato), ma la scelta linguistica è solo la più scoperta manifestazione di ciò che rende davvero sorprendente questo film. L’uomo che verrà è un’opera nata dopo un lungo e complesso lavoro sul territorio da parte del regista, che prima di radunare una troupe e cominciare a girare ha frugato nella memoria, nei racconti dei sopravvissuti e dei loro parenti, in modo che la narrazione collettiva di quei luoghi (documento scritto, racconto orale, testimonianza di uomini, donne, fantasmi di defunti, vecchie foto, attrezzi agricoli, persino la vegetazione, persino la muta roccia delle vecchie costruzioni e la breccia ai bordi dei sentieri!) irrompesse poi nella pellicola non per «ricostruire» la strage di Marzabotto (come qualunque buon regista – e benché i buoni registi siano pochi – sarebbe in grado fare) ma per farcela vivere. Il risultato è che poi, guardando il film, si ha quasi l’impressione (o meglio si sente) di partecipare a una sorta esercizio medianico. Una seduta spiritica. E, di conseguenza, ci si commuove.
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Seminario sui luoghi comuni

marzo 9, 2010 di francesco pacifico

9. La realtà nonostante l’autore

di Francesco Pacifico

In un saggio contenuto ne Il Romanzo di Franco Moretti, intitolato «L’incontro con la realtà», Alfonso Berardinelli sostiene in maniera molto efficace che il romanzo è il racconto della distanza fra ciò che i personaggi ritengono sia la realtà, e la realtà stessa. «Il cuore della narrazione romanzesca sono esattamente le peripezie del rapporto fra ciò che gli esseri umani inventano o credono e ciò che in realtà accade nella loro vita».
L’aspetto più affascinante di questa definizione è che in qualche modo costringe a concludere che il romanzo sia un genere difettoso in partenza: l’autore infatti ha per forza un’idea sua e limitata della realtà, quindi in teoria non è collocato troppo più in alto del protagonista. Ma il suo protagonista andrà limitato nella propria presunzione di sapere, andrà smascherato, e ai suoi pensieri andranno contrapposti con tecniche varie alcuni fatti da trattare come incontrovertibilmente reali, credibili. Il protagonista parte con alcune ipotesi sulla realtà e nel tentativo di verificarle scopre qualcosa.
Cosa deve fare dunque l’autore? Avere come personaggio principale una versione datata di se stesso, in modo da raccontare quant’è che non capiva delle cose rispetto a quanto ne capisce ora che ne scrive, e far finta che questa nuova e più consapevole versione di se stesso produca una visione delle cose più reale di quella del suo personaggio? Deve dunque creare un gioco di prospettiva per cui una maggiore comprensione della realtà si impone, approssimando in eccesso, come La Realtà?
Non pare una soluzione a prova di bomba. Eppure, secondo me, possiamo applicare a questa idea di Berardinelli la massima di Churchill sulla democrazia: è il regime peggiore, a eccezione di tutti gli altri.
Infatti, se dopo aver creduto per un attimo all’idea per cui il romanzo per darci un senso di verità deve raccontare lo scarto tra come un personaggio se la racconta e come stanno «veramente» le cose, noi rifiutiamo quell’idea perché impossibile da realizzare, ci ritroviamo in mano uno strumento espressivo incontrollabile e reso odioso dalla propria falsità: senza scarto fra ideale e reale che uso faremo dei fatti? Li piegheremo alla nostra presunta volontà onnipotente?
Ora: che le arti visive siano incontrollabili e scatenate ci può anche stare, perché più aumentano la nostra capacità immaginativa meglio è. Ma la prosa si fa con le parole e le parole sembrano sempre portare con sé un bisogno di responsabilità, un qualcosa di terra terra che non ammette eccessivi voli pindarici. O meglio: anche nelle situazioni più assurde, ogni personaggio deve avere una sua logica interna che ci faccia dire Ecce homo (il che per esempio non avviene in Contro il giorno di Pynchon, che mi fa morire di rabbia per quanto un apparato di visioni e nozioni strepitoso si renda quasi inutile perché i personaggi sono, come ha detto un critico americano, stick figures, ossia quei pupazzetti fatti con cinque linee per arti e busto, e un cerchietto al posto della testa.)
Esempio: mi trovo al ristorante; un amico, arrivato in ritardo, si siede accanto a me e comincia a disegnare una serie di schizzi sulla sua giornata in cui un omino salta da un ponte, atterra in piedi, poi viene rapito da un UFO parcheggiato nel cielo sopra un centro commerciale, poi disegna l’UFO che lo accompagna al lavoro superando il traffico sulla tangenziale e infine l’omino si ritrova in ufficio e vediamo un capo ufficio disegnato come un grosso insetto che con le sue ripugnanti zampette pelose consegna del lavoro da fare. Penultimo disegno: l’omino si tocca le tasche, ha la testolina rotonda che sprizza goccioline di sudore: accanto a lui c’è una moto, la sua, che non può avviare. Ultimo disegno: un autobus fermo fra due macchine.
Finita di disegnare la sua saga, finalmente mi dice: «Scusa per il ritardo». Io deduco che ha avuto una giornata difficile, lo perdono, intasco i suoi disegni perché mi hanno fatto ridere e li voglio conservare, rido ancora, gli offro da bere.
Se invece arriva in ritardo e sedendosi mi dice d’un fiato (come John Belushi a Carrie Fischer verso la fine di Blues Brothers): «Stamattina sono saltato da un ponte, sono atterrato nel parcheggio di un centro commerciale dove mi ha rapito un UFO che mi ha accompagnato al lavoro volando sulla tangenziale ma poi in ufficio il mio nuovo capo (una mantide religiosa) mi ha riempito di lavoro e alla fine non ci ho capito più niente e ho perso le chiavi della moto per cui sono venuto in autobus e c’era un traffico assurdo quindi scusa per il ritardo…», avrò probabilmente una reazione diversa.
Non so: le parole sono importanti. Qualcosa ci dice che sono in rapporto troppo diretto con il nostro uso più comune e quotidiano delle cose, e quindi, anche nei più ispirati voli dell’immaginazione, il linguaggio deve avere una grammatica fondata nella realtà. Ciò che rende credibile Philip Dick, per dirne una, è che i suoi personaggi sono vestiti male, stanchi, e lavorano per comprare a tutti i costi degli inutili status symbol (gli animali veri in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?).
Torniamo a Berardinelli e la realtà, e lo scarto fra ciò che pensa il protagonista e la realtà.
Nel brano di oggi, Moses Herzog, uno dei più riusciti alter ego di Saul Bellow, osserva la preparazione mattutina della sua amante. Da morbida creatura amata fra le lenzuola, con una meticolosa operazione di restauro da compiere ogni mattina tipo Sisifo, Madeleine si trasforma in donna moderna per andare al lavoro.
Herzog è sopraffatto da queste nuove donne che nel secondo dopoguerra costringono uomini all’antica come lui a stravolgere il proprio concetto dei rapporti fra i sessi. Si capisce che la sua parte più consistente vorrebbe che fosse più facile: è spaesato. Ecco come la giudica: «…diventava una donna di quarant’anni – una qualunque donna bianca, isterica, ipocondriaca, che si genufletteva nelle navate delle chiese. L’ampia falda sulla fronte ansiosa, la sua fanciullesca intensità, il suo timore, la sua caparbietà religiosa – che pietà tutto questo!»
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Se niente importa

marzo 8, 2010 di carlomazzagalanti

Questo pezzo è apparso sabato su Alias.

di Carlo Mazza Galanti

«In mezzo a tutta l’abbondanza di prodotti della Terra, la migliore di tutte le madri, davvero non ti piace altro che masticare con dente crudele povere carni piagate, facendo il verso col muso ai ciclopi? E solo distruggendo un altro potrai placare lo sfinimento di un ventre vorace e vizioso?» La storia raccontata in Se niente importa; perché mangiamo gli animali? l’ultimo libro di Jonathan Safran Foer (Guanda, trad. di Abigail Piccinini, E. 18, pp. 363) sarebbe potuta cominciare con queste parole, pronunciate da un filosofo greco duemilacinquecento anni fa. È Pitagora, come ci racconta Ovidio alla fine delle Metamorfosi, colui «che per primo denunciò come una vergogna che s’imbandissero animali sulle mense». Fu lui a sostenere per primo la necessità morale del vegetarianismo in nome della solidarietà elementare che unisce l’uomo all’animale nello stesso intrascendibile e mutevole principio vitale.
Safran Foer ha però preferito cominciare la sua storia molto più tardi, come una storia sui tempi moderni. Precisamente nel 1923, sulla costa orientale degli Stati Uniti, dove una certa Celia Steele, casalinga e proprietaria di un piccolo pollaio, «ricevette cinquecento pulcini invece dei cinquanta che aveva ordinato. Invece di disfarsene, decise di condurre un esperimento tenendoli al chiuso durante l’inverno, con l’aiuto di integratori alimentari da poco scoperti, i polli sopravvissero». Dieci anni dopo i cinquecento pulcini erano diventati duecentocinquantamila polli. Un altro paio di decenni e il patrimonio genetico di quei primi animali sarebbe stato completamente sconvolto: la loro esistenza biologica del tutto barattata con la nostra smania consumistica. Come spesso accade nei meandri dello sviluppo tecnico-scientifico, un piccolo incidente ha scatenato una vera e propria rivoluzione: la nascita dell’allevamento intensivo e la conseguente mutazione delle nostre abitudini alimentari. Pochi anni prima, osservando la segmentazione seriale delle operazioni di trasformazione degli animali praticata nei primi impianti industriali (i primi mattatoi), Henry Ford pensò di applicare lo stesso schema alla produzione di automobili. La «catena di smontaggio» delle bestie divenne la catena di montaggio degli oggetti. Il genio della tecnica segue strade imprevedibili.
La storia di Se niente importa è una storia a molte entrate, una storia complessa e sfaccettata: il succedersi delle prospettive, il continuo avvicendarsi dei registri e delle testimonianze, l’orchestrazione dei numerosissimi dati, dei soggetti coinvolti, dei problemi e dei possibili orizzonti d’azione, è probabilmente il motivo di maggior interesse di questo libro eminentemente ibrido e composito, capace di trascorrere senza interruzione dall’intervista al trattato filosofico, dal giornalismo d’inchiesta alla letteratura, dal saggio storico alla storia di vita, dal pamphlet alla tavola verbo-visiva. Anche chi già conosce la letteratura di riferimento e segue attentamente le battaglie della Peta (la maggiore associazione mondiale per i diritti degli animali), potrebbe trovare in questa molteplicità di mezzi e prospettive uno stimolo per nuove riflessioni.
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Due film iraniani e una sala europea

marzo 7, 2010 di minimaetmoralia

di Jacopo Chessa

L’ultimo film di Abbas Kiarostami, Shirin, presentato a Venezia nel 2008, non ha ricevuto in Italia una normale distribuzione. Si può dire che al festival non abbia destato particolare interesse, se non qualche critica annoiata, nel vero senso della parola. La sua recente (e tardiva) uscita in Francia coincide anche con quella di un altro film iraniano: No One Knows About Persian Cats, di Bahman Ghobadi. L’enorme distanza tematica e formale tra i due film autorizza un accostamento, fornisce anzi il pretesto per qualche riflessione circa il rapporto tra cinema e politica.
Shirin è un film alla rovescia. Si svolge interamente in una sala cinematografica nella quale viene proiettato un film tratto da un classico persiano del XII secolo, storia di un amore tragico, che pare sia stato tra i tanti materiali compulsati da Shakespeare durante la stesura di Romeo e Giulietta. Del film, però, non è visibile che il pubblico, o meglio le 114 donne che si trovano tra il pubblico. Si tratta di 113 attrici iraniane e di Juliette Binoche, «visitatrice» in attesa delle riprese di Copia conforme, sempre di Kiarostami, che uscirà nei prossimi mesi. Unicamente primi piani. I volti, sui quali le inquadrature sono costruite, sono spesso solcati da lacrime giustificate dal tono dichiaratamente melodrammatico del film a cui stanno assistendo. No One Knows About Persian Cats è invece un film girato clandestinamente a Teheran in tempo brevissimo. È la storia di una rock band iraniana che cerca di organizzare un concerto e di ottenere dei visti per lasciare il paese, scontrandosi così con le durezze del regime che bolla il rock come immorale, ed è valsa l’espatrio forzato dall’Iran al regista e ai giovani attori. Il primo è un film visivamente statico, poiché il «racconto», concitato e drammatico, è consegnato al sonoro off; il secondo è invece il tentativo visivo di restituire il dinamismo, ovviamente anche simbolico, del rock e del suo effetto salvifico sullo spirito dei giovani iraniani, con tutta la retorica, ingenua e vibrante, del caso. L’impianto di Shirin è talmente ferreo, talmente centrato su un solo elemento visivo declinato tante volte quanti sono i volti delle attrici, che quella che abbiamo chiamato poco sopra «sala cinematografica» non è che una supposizione, poiché si potrebbe trattare anche di teatro (i rumori e l’ampio uso della musica fanno propendere più per l’ipotesi cinematografica), e questa leggera ambiguità è ovviamente mantenuta fino alla fine; No One Knows About Persian Cats è invece un’opera soggetta a uno scontro con una realtà ostile, a un continuo spostamento del proprio baricentro, in cerca di uno spiraglio dal quale far spiare lo spettatore.
Al di là del paese d’origine e dell’utilizzo del video (caratteristica, a dire il vero, non più fonte di grande peculiarità), è difficile pensare a due film più diversi. Perfino una commedia o un film d’azione americani potrebbero collocarsi a metà strada tra questi due film: il primo basato sulla centralità del ruolo dell’attrice, e in qualche modo della «diva», il secondo costruito sul modello tipico dell’impresa (giovanile) da compiere.
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Intervista a Pier Paolo Pasolini

marzo 6, 2010 di Nicola Lagioia

A seguito dell’articolo di Alessandro Leogrande, riproponiamo il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano «La Stampa» l’8 novembre del 1975. Alcuni lettori di minima&moralia già la conosceranno. Altri no. Altri ancora – come il sottoscritto – si rinfrescheranno la memoria, rabbrividendo magari quando di tanto in tanto si riterrà di rintracciare paralleli tra quello che Pasolini dice qui di Eichmann, e quanto emerge da poesie come “La ballata delle madri”. A tutti gli amici di minima&moralia una buona lettura e una buona giornata.

                                                                                

Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. 
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo. Leggi il seguito di questo post »